Storia

Il giardino delle Esperidi

Secondo alcune teorie, di quelle tremendamente affascinanti, sebbene non comprovata da fonti certe, le Canarie sono le Isole fortunate dove si trovava il Giardino delle Esperidi narrato in diversi testi antichi, tra cui l’Odissea di Omero. Qui, le Esperidi, figlie del dio Atlante, custodivano i pomi d’oro che donavano l’immortalità, gli stessi che Ercole rubò durante l’undicesima delle sue fatiche.

Terra di eroi, dunque, e terra di esseri umani.

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Giuseppe Nicola Nasini, Ercole nel Giardino delle Esperidi.

I primi a mettere piede su suolo canario furono probabilmente i Fenici. Anche se i primi abitanti di cui si hanno notizie sicure venivano dall’Africa del Nord.

I Bimbaches

Così sono conosciuti i nativi di El Hierro, gli aborigeni che abitavano l’isola prima dell’arrivo, nel XV secolo, dei conquistadores.

Grazie alla somiglianza delle incisioni rupestri delle Canarie e quelle dei Berberi del Maghreb e della Libia, si dà ormai per certo che i Bimbaches, come il resto dei Guanci canari, discendevano dai Berberi (Imazighen) del Nord Africa.

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La storia di El Hierro apre ufficialmente le danze con i primi insediamenti sull’isola nel V secolo a.C.

I Bimbaches vivevano nelle grotte e nei i tubi vulcanici dell’isola ed erano dediti alla pastorizia, alla raccolta di prodotti naturali e all’agricoltura. L’acqua era fornita grazie ai poderosi venti alisei che, a contatto con i ripidi pendii dell’isola, davano vita al caratteristico fenomeno della pioggia orizzontale, che ancora oggi costituisce un fenomeno tipico del paesaggio herreño. Gli alberi, tra cui il più celebre Garoé, nel centro dell’isola, assorbivano l’acqua e la convogliavano in piccole pozze naturali, da cui i nativi attingevano l’acqua per il proprio fabbisogno e quello degli animali.

La società dei Bimbaches era di tipo comunitario, con una divisione equa dei territori e delle risorse naturali tra i diversi nuclei famigliari.

La religione dei nativi era panteistica, con deificazione della natura e numerose divinità, sia buone che malvagie.

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Quando nel 1405 arrivarono i conquistadores, molti aborigeni si misero in salvo fuggendo nell’area selvaggia di La Dehesa (dove oggi si trova il El Santuario Insular de Nuestra Señora de los Reyes) ma tanti morirono di malattia e tanti altri vennero venduti come schiavi, malgrado le rassicurazioni iniziali dicessero il contrario. Chi sopravvisse si mescolò con i conquistatori spagnoli, abbandonò le caverne e cominciò a vivere in case basse di pietra nera, le cui ricostruzioni possono essere visitate oggi all’Ecomuseo de Guinea a Frontera.

Anche se ancora molto della storia dei Bimbaches rimane confinato nel mistero, sopravvivono sull’isola diverse preziose testimonianze, come le incisioni rupestri, i cui esemplari migliori si trovano nella zona archeologica di El Julian, alcuni altari sacrificali e diverse tombe collettive, tra cui la Cueva del Tablón, nel municipio di Guarazoca, e la necropoli di La Lajura recentemente scoperta nel comune di El Pinar.

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Il reperto archeologico più prezioso dell’isola resta però il Tagoror de El Julán, nel comune di El Pinar, luogo preposto alle assemblee insulari dove si prendevano le decisioni comunitarie e si sacrificavano gli animali per omaggiare la terra e spronarla a essere generosa. Nella zona circostante al Tagoror si trovano anche le testimonianze più preziose dei graffiti nativi, incisi sulle pietre di basalto e sulle colate laviche del luogo.

Gli invasori

Come tutte le Isole Canarie, agli inizi del XV secolo, anche El Hierro cade in mani straniere. Non ci sono di mezzo però gli spagnoli o i portoghesi, come si sarebbe portati a pensare, bensì i francesi. È infatti una spedizione partita da Parigi quella che, dopo avere toccato le coste di Lanzarote e Fuerteventura, nel 1405 sbarca a El Hierro. La guida l’avventuriero Jean de Béthencourt, che qualche tempo dopo riceverà il prestigioso titolo di Re delle Isole Canarie.

Lo scopo degli invasori è quello di sempre: trovare prodotti locali da potere rivendere con profitto nei mercati europei, schiavi compresi.

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Quando i conquistatori arrivano a El Hierro, si trovano di fronte a un popolo fermo ancora all’Età della pietra. Questo ritardo evolutivo è sorprendente solo in apparenza: l’assenza di qualunque arte della navigazione ha infatti chiuso le popolazioni indigene canarie al mondo e ai suoi progressi. Per la stessa ragione, le isole sono rimaste anche chiuse le une alle altre, cosa che le ha rese profondamente diverse.

Non è difficile per i conquistatori imporre la propria presenza, più fonti riportano che non c’è nemmeno bisogno di alzare le armi per soggiogare i nativi, che sono sufficienti qualche negoziato e una manciata di menzogne studiate ad arte. Béthencourt promette che non verranno fatti schiavi tra la popolazione aborigena, ma purtroppo le cose naturalmente non vanno proprio così.

Pian piano arrivano sull’isola altri conquistadores francesi e spagnoli, soprattutto castigliani.

La conquista di El Hierro è rapida, anche se bisogna attendere una quarantina di anni prima che venga stabilita sull’isola una signoria stabile sotto la famiglia Peraza.

el-hierro-conquistadoresPer costruire la propria roccaforte, i nuovi signori di El Hierro scelgono un punto strategico dell’isola arrampicato sulla cima della montagna, da dove il mare e i punti di accesso alla terraferma possono essere facilmente controllati. Nasce Valverde, che presto diventa il centro amministrativo dell’isola e la prima capitale della storia di El Hierro. La lontananza dal mare e dal porto, elemento che comporta sì profondi disagi pratici, con gravi ripercussioni anche sull’economia locale, è un indubbio tocco di classe che salva la villa dall’attacco dei pirati, senza nemmeno bisogno di ergere mura a sua protezione.

Purtroppo gran parte della storia di questa città e quindi della vita herreña sotto i francesi è sconosciuta a causa di due incendi, il primo nel 1553 e il secondo nel 1889, che mandano in fumo gli archivi di Stato.

L’antico regime viene ufficialmente abolito dalla Corte di Cádiz nel 1812, ma resta in carica ancora qualche decina d’anni.

Nel 1912 vengono creati i comuni di Valverde e Frontera e l’isola acquisisce l’autogoverno. La Prima e la Seconda Guerra Mondiale passano quasi inosservate a El Hierro che, a differenza delle vicine di casa, continua a vivere placida e immune dai dolori dei conflitti da brava isola alla fine del mondo.

Cristoforo Colombo

El Hierro fu visitata anche da Cristoforo Colombo. Il navigatore italiano fece tappa forzata sull’isola durante il suo secondo viaggio verso l’America: in cerca di acqua e cibo, venne bloccato sull’isola per 17 giorni dai venti alisei.

L’ottava isola canaria: il Venezuela

I rapporti tra le Isole Canarie e i Paesi dell’America Latina sono sempre stati molto stretti.

Gli abitanti di El Hierro sono partiti diverse volte nel corso della Storia per fuggire a grandi siccità e carestie, con destinazione Cuba, Porto Rico e soprattutto Venezuela. Ed è proprio con il Venezuela che l’isola stabilisce il legame più forte.

Già dalla fine del XVIII secolo gli abitanti di origine canaria sono radicati profondamente nel tessuto sociale ed economico del Paese latino, ma l’emigrazione continua anche nei secoli successivi, in particolare nel XIX secolo, quando il crollo dell’economia locale spinge migliaia di herreñi a partire per il Sudamerica in cerca di fortuna. In tanti la trovarono, questa fortuna, e questo, unito ai miglioramenti economici che nel frattempo vengono realizzati, soprattutto nell’agricoltura, nell’allevamento e nel turismo, permette a molti isolani di rientrare, alla fine del secolo scorso, nella loro amata isola.

È solo a qualche anno fa che risale l’ultima inversione di tendenza. Nel 2011 una poderosa eruzione vulcanica sconvolge l’isola, facendo crollare il turismo e causando un fuggi fuggi generale, sia all’estero, sia verso le altre isole dell’arcipelago. L’isola si svuota di nuovo e tocca i minimi storici di numero di abitanti per chilometro quadrato.

Gli avvenimenti più recenti della relazione tra El Hierro e il Venezuela riguardano l’arrivo sull’isola di molti venezuelani scappati dalle condizioni di vita sempre più difficili del proprio Paese, stretto sotto la morsa del Governo Maduro.